Pensieri di Vetro

L’eco della sua irritazione scuoteva ancora le pareti lignee del piccolo studio e l’aria densa di fumo che lo pervadeva. Valdorian si chiuse in un lungo e riottoso silenzio, continuando a fissare l’uomo che nel frattempo stava uscendo dalla porta d’ebano sulla quale faceva capolino il semplice quanto enigmatico simbolo dell’Ordine dei Tecnocrati.

Quanto odiava l’infallibile e sinistra efficienza di quell’uomo, rimuginava immerso nei suoi pensieri, mentre richiudeva la porta con uno strattone violento che mal gli si adattava. Con quei capelli neri sulla schiena leggermente curva, nonostante le apparenze Kaine non era affatto un cinquantenne ma era molto, molto più vecchio, di un’indefinita anzianità che lo avvolgeva di un alone di mistero e inquietudine.

Valdorian sospirò, riprendendo a fatica il controllo della sua mente e del suo corpo. A nulla serviva considerare che il cuore era solo un semplice muscolo, dominato dalla chimica del suo cervello, e che il pensiero che determinava la sua inefficiente irritazione poteva essere piegato alle necessità del raziocinio. Scosse il capo, espirando rumorosamente, soffocando un colpo sonoro di tosse ansiosa.

Dei suoi molti impegni, noti ai suoi superiori e da loro vagamente ma puntualmente controllati, altrettanti Valdorian li teneva celati, invisibili, fra le sue carte di principi teorici alchemici e i numerosi scritti personali che si accumulavano, fin dalla sua partenza con la Leonessa di Mare, sulla sua già parecchio ingombra scrivania. Sotto quelle carte, da qualche parte, doveva esserci anche l’ultimo rapporto che lui stesso aveva stilato riguardo la sua spedizione, la cui copia, epurata, aveva appena raggiunto la scrivania del suo diretto superiore e quasi sicuramente anche gli archivi.

Era tornato da meno di un giorno e non era riuscito a riposarsi neanche un’ora. La luce della lampada ad olio rischiarava fiocamente lo studiolo, e tra scaffali di legno colmi di documenti e pergamene, ampolle catalogate, strumenti metallici e di vetro, Valdorian sospirò di nuovo. Qualcosa non tornava.

I suoi pensieri vennero riportati alla realtà da un lieve incedere davanti alla porta chiusa e da un sommesso bussare. Una guardia dall’aria seria e un po’ preoccupata si schiarì la voce: “Mastro Valdorian, volevo soltanto ricordarle che l’imbarcazione è pronta. La stanno aspettando.”

Valdorian fece un rapido cenno col capo, ricordandosi dell’incombenza che lui stesso si era adoperato a compiere poco dopo il suo arrivo. “Sono pronto fra un momento”, spiegò alla guardia. Prese il suo mantello e una serie di borse appese a qualche gancio tra gli scaffali, richiuse la porta alle sue spalle e seguì la guardia lungo un grigio corridoio.

Dopo una breve camminata, raggiunse il molo. Alcuni marinari lo stavano aspettando da quasi un’ora, seduti dentro una grossa e piatta imbarcazione, piena di legname e carbone. Avevano trascorso il tempo dell’attesa a tagliarsi generose fette di formaggio e pane di segale, e a raccontarsi delle loro donne. Dovevano scortarlo nel suo giro presso le torri-faro, approfittando di quella uscita estemporanea pomeridiana per approvvigionarle di legna e carbone, portandosi avanti con il lavoro che avrebbero dovuto portare a termine prima dell’indomani mattina.

Qualunque tecnocrate fosse presente alla cittadella avrebbe potuto compiere il giro ma lui si era offerto volentieri: i suoi pensieri avrebbero beneficiato grandemente dell’impulso determinato in lui dalla sua paura dell’acqua, venendone caricati e potenziati, si ricordò mentre saliva sulla barca. Si tenne accuratamente sopra vento, per non sentire l’odore del formaggio di capra invecchiato nelle buche degli scogli dai residenti di Sùhrendàrt e venduto a caro prezzo ai conoscitori per tutta Solian, che non sopportava, per quanto amasse gustarlo a tavola.

Prima di partire aveva messo le mani su un resoconto ormai datato procuratogli da Starke che aveva amicizie tra funzionari e militari, e, grazie a Kaine, aveva appena potuto ascoltare i verbali di interrogatorio. Entrambi riguardavano, e non poteva essere altrimenti, il margravio Goran Moravik.

Era stato Moravik, un borioso ed inetto buffone per molti versi, a finanziare gli studi che avevano condotto alla creazione di quella portentosa materia, il fango pirico, concepito da studiosi ed alchimisti che purtroppo rimanevano ignoti nonostante tutti gli sforzi di Valdorian e dei suoi collaboratori per riuscire a rintracciarne identità e provenienza. Si era detto che, se fosse almeno riuscito a capire chi fossero, anche se con tutta probabilità erano davvero morti nell’esplosione del loro laboratorio sotterraneo, avrebbe potuto almeno ricostruirne la personalità e il percorso formativo, in modo da poter intuire da dove fossero partiti per arrivare a quel che avevano scoperto.

Era fondamentale. Imperativo. Valdorian aveva ascoltato il saccente Kaine ripetere, parola per parola, quanto detto da Moravik durante il suo interrogatorio – sapeva che erano esattamente quelle le parole, e anche controllando nei verbali degli interrogatori, che erano stati depositati vi avrebbe trovato le esatte frasi e l’esatta inflessione. E, in quelle parole, aveva sentito qualcosa, qualcosa che non tornava.

Immediatamente le immagini presero a fluire nella sua mente: Moravik, la sua guerra privata contro i clan degli orchi, Ian Aranill e Xara dei Tecnocrati che aveva avuto un così atroce destino. Moravik era noto per la tua teatrale propensione alla scena. Come una primadonna godeva nell’attirare l’attenzione su di sé, e c’era chi aveva appoggiato le sue scelte e seguito la sua retorica da strapazzo contro la debolezza dell’Impero. Poteva essere che, tutto considerato… 

Valdorian si tenne con entrambe le mani al bordo della scialuppa. La scialuppa aveva la chiglia piatta per scivolare meglio fra i canali interni tra gli scogli, ma questa sua conformazione determinava una minore manovrabilità, che a lui non piaceva affatto. L’onda sollevata dalla Leocanide di Derioth che stava rientrando in porto sciabordò sulla fiancata, lavando il timoniere.

Dopo qualche imprecazione, l’uomo condusse la scialuppa allo scoglio per l’attracco, mentre una frase continuava a rimbalzare dal timpano alla memoria, infestando come un verme il suo stremato emisfero cerebrale destro per poi riflettersi nel sinistro sollecitando la sua intuizione.

Sono un servo fedele dell’Impero, io! Di cosa sono colpevole? Di aver affrontato il problema dei Bruti e di averlo risolto? Le mie terre sono state liberate dal flagello degli orchi, la mia gente è al sicuro. E sono al sicuro anche i confini che da sempre i miei antenati proteggono, nel Margondàr, per conto dell’Impero! Io potevo, e l’ho fatto. La mia arma è come il mio cuore: mai sopito, racchiuso nel cristallo, sepolto, in attesa di rinascere ancora. Mi ringrazierete, e mi amerete anche voi!

La torre-faro era una costruzione elementare. I tecnocrati solitamente prediligevano compresse impalcature meccaniche e di un’efficiente tecnologica bellezza, ma quelle vecchie torri erano state costruite per durare, fare segnalazioni e richiedere meno manutenzione possibile. Valdorian entrò nella sala d’ingresso e salì direttamente al meccanismo tramite lunghe e opprimenti scale a chiocciola, seguito dall’operaio addetto alla manutenzione ordinaria. Il meccanismo racchiuso nel fusto di cristallo era stato mandato sottovuoto per non subire l’alterazione dei fumi e il cristallo, trasparente ma polveroso, era stato temperato con una procedura particolare che ora lo rendeva molto meno fragile ed era stata ideata da degli alchimisti di Moravik sopravvissuti al massacro.

Mentre era immerso nella revisione del meccanismo, la frase degli interrogatori del Margravio riecheggiò nella mente di Valdorian. La mia arma è come il mio cuore: mai sopito, racchiuso nel cristallo, sepolto, in attesa di rinascere ancora.

E se davvero…. E se davvero…

Valdorian si massaggiò le tempie con estrema concentrazione. Il fango pirico restava un enigma. Aveva ipotizzato l’azione della magia, del caso, dopo aver esplorato tutto quel che conosceva sul come si potesse avviare quella reazione e tenerla attiva anche sotto l’acqua, anche sotto la terra, e bastava reimmetere l’aria per risvegliarlo. Ma aveva capito che, a parte le prove e gli esperimenti, non c’era risposta. C’era però un’assonanza che nessuno aveva colto nelle parole di Moravik… Con le ultime notizie, poteva non essere solo una frase altisonante, poteva essere un progetto. Il fango non si spegneva. La reazione si sopiva e rimaneva dormiente. Che cosa alimentava la reazione? Che cosa la ibernava? Che cosa la esauriva? Se avesse potuto avere almeno una di quelle risposte, avrebbe potuto liquidare quelle sinistre impressioni come mere impronte sensoriali determinate dalla sua mente stanca, chimere, che sarebbero svanite al risveglio, dissolte dall’onda della radiazione luminosa. Ma non aveva le risposte e, nel suo emisfero sinistro, le sue fantasie rumoreggiavano insistenti e puntuali ogni mattino, come le onde della marea.

Scosse il capo, colto da una raggelante illuminazione alla quale la sua mente razionale si rifiutava di prestar fede, ma che aveva tutta l’apparenza della ragionevolezza: e se il Margravio non avesse parlato per immagini figurate? E se, davvero, la sua retorica di purificazione dell’impero lo avesse condotto ad un piano molto più vasto e pericoloso di quel che tutti loro avevano sospettato? E se quel tentativo di genocidio, che era stato fortunosamente fermato, fosse stato solo una prova per qualcosa di più grande, di più devastante, segreto e nascosto, pronto a scoppiare? Il cristallo, l’arma, sepolto… Valdorian doveva controllare, verificare, indagare.

E c’erano solo poche persone di cui si fidava, e ancora meno erano quelle alle quali sarebbe stato disposto ad affidare una missione potenzialmente suicida. Annuì, convinto,, si disse, questo è quello che debbo fare.

Tratto da Nido delle Medee, Racconto Introduttivo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *