Il Nido delle Medee: Una Nuova Vita

Quel tempo orrendo non ci voleva! Pioggia a catinelle e le raffiche di vento che strappavano le cime dai ganci sotto alle passerelle, spostavano i teloni cerati, e scoperchiavano le casse impilate sui moli. C’era gente, è vero, e si stavano radunando tutti sotto le tettoie dei capannoni, fradici e scornati. Disperati. 

L’uomo si guardò l’uncino, sogghignando. Erano proprio quelli che loro andavano cercando, Pintus e la compagnia dell’Amphisbena, proprio dei disperati che non avevano più niente da perdere. Le navi avevano smesso di arrivare, adesso. Avevano scaricato gente presa nel canale al largo dell’Isola Continente di quelle bestie, e li avevano portati lì, a Sùhrendàrt, l’unico posto dove a nessuno importava di qualche bocca in più da sfamare perché tanto nessuno avrebbe mosso un dito per occuparsi di loro. Sogghignò ancora, annuendo. Beh, a qualcuno importa, pensò, importa alla compagnia dell’Amphisbena.

L’uomo si strofinò l’uncino sui pantaloni. Gli piaceva averlo splendente, soprattutto perché doveva mischiarsi in mezzo a tutti quei marinai, scaricatori e gente delle navi che sciamavano come mosche al porto in quei giorni. L’uomo si grattò la barba, mettendo in mostra l’uncino finalmente lucido. Fece un cenno d’intesa a Jenn, il ragazzino che doveva indicargli gli uomini che parevano più facili da abboccare. Se ne stavano in disparte, al coperto. Gli fece segno di restarsene lì, mentre lui azzardava ad uscire in quella dannata tempesta, per mischiarsi alla gente.

Le navi battevano sulle banchine. I marinai si erano affrettati a calare le vele, che avrebbero strappato le navi dagli ormeggi. Lo aveva visto succedere qualche volta, quando era ancora arruolato: un nostromo lento ci aveva anche rimesso la testa, fracassata in un momento da una cima, neanche un grido. Si tenne lontano dalle cime che si dimenavano sulle bitte; fuori del porto il mare si stava sollevando in grandi onde spumose. Dicevano che solo la Leonessa di Mare era ancora fuori, ma quella era di Ethan Starke, uno che sapeva come tenere sempre la testa fuori dall’acqua.

Raggiunse il magazzino. Le doppie porte erano state aperte e la gente dei primi arrivi era radunata lì da qualche giorno. Cominciavano a capire come sarebbero andate le cose. Alcuni lo squadrarono, torvi. Eccoli lì, quei poveri ingenui, che credevano di essere migliori di uno come lui e non sapevano che, ormai, non c’era più posto nell’Impero per loro. Si grattò il mento ruvido con l’uncino: forse i suoi vestiti non erano macchiati di salsedine, e i suoi pantaloni di cotonaccio rosso erano un po’ troppo cittadini, con le loro borchie annerite lungo le cuciture, ma Veron fece del suo meglio per sembrare abbacchiato e stanco quanto loro, secondo gli ordini di Pintus.

Pintus, il nuovo capo della Compagnia dell’Amphisbena, lo aveva mandato a calare le reti al porto perché molti di quei disperati, che si erano buttati a mare ed erano stati ripescati come dei merluzzi dalle navi della flotta al largo dell’Isola degli orchi, si ritrovavano senza neanche più le mutande e, ghignò Veron, avrebbero certo voluto cogliere una buona occasione per fare un po’ denaro in fretta. Dovevano averne, quelli, di rabbia in corpo, si disse, facendo cenno agli altri tre che si era portato di spargersi pure loro in mezzo alla folla. Fosse successo a lui, si disse, altroché se si sarebbe buttato sul primo gancio a disposizione, come poi aveva fatto quando serviva sulla Gracchiante e si era ritrovato senza una mano alla fine di una schifosa rissa da sentina.

I suoi cominciarono il lavoro, avvicinando qualcuno fra gli uomini più giovani che non sembravano braccianti o stagionali. I braccianti avevano sempre lavoro, e capitava spesso che, fuori da un ingaggio, venissero chiamati ad un altro. No, quel che dovevano cercare erano le famiglie, famiglie giovani, con figli, che avevano perduto tutto.

Veron tenne d’occhio gli uffici del capitano di porto. Quel ratto di Besa s’era foderato il deretano d’oro con tutti i soldi che s’era fatto passare per farli lavorare in pace ai moli e di certo, quando avesse visto il codino di Eric sbucare fra le casse in mezzo ai profughi, non avrebbe tardato a comparire, sfidando la tempesta pur di spillargli altro denaro. E infatti, eccolo lì. Veron lo vide dietro la finestra del suo ufficio, mentre con un occhio studiava i documenti dei primi ufficiali che avevano appena scaricato i loro carichi di disperati, e con l’altro cercava come un ossesso di non perdere di vista i suoi uomini.

Veron gli fece un saluto, ma scartò in fretta fra delle casse che traballavano sulla banchina sotto la furia del vento, vedendo approssimarsi agli uffici Khail Davenant. Non ci teneva a incontrare Khail Davenant, almeno non ora. C’era stata una fragorosa maretta tempo prima, fra quello e il capitano della Leonessa di Mare, e tutti sapevano che non era un tipo accomodante.

Infine, il capitano di porto se ne uscì dagli uffici della capitaneria a passo spedito… spedito per quanto gli permettessero le sue gambette da gabbiano grasso. Veron si infilò fra lui e i coloni, prima che quello facesse qualche sproposito spaventandogli le prede. Il capoporto lo guardò con irritazione simulata, gli occhi da triglia, finché Veron lo omaggiò cerimoniosamente, mettendogli in mano il pappo come convenuto, perché i suoi potessero lavorare indisturbati. L’uomo annuì, d’un tratto molto impegnato, e si defilò.

Il mare doveva essersi fatto davvero grosso, là fuori. L’odore della burrasca e gli spruzzi di acqua salata che puzzavano di alghe marce scavalcavano le murate esterne del porto, si vedevano le nuvole correre nel vento in lontananza. Qualcosa solcava la traccia dell’orizzonte, che pure era divenuto una linea sottile, punteggiata dai tralicci e dalle impalcature della banchina est, che lui ben conosceva. Il cielo quasi al tramonto divenuto un muro di ferro.

“Capo”, gli si approssimò Eric, i capelli rugginosi legati con una corda macilenta, “Pintus manda a dire che hanno segnalato la Leonessa di Mare al largo, fa vela verso il porto. Dice così di muovere le chiappe, che non vuole rogne con Starke…”

Veron annuì, proprio mentre Jenn gli faceva cenno di provare con un tipo messo male, rubizzo e furioso, che si era seduto sui barili dei portici appena finito di sbraitare. La donna che era con lui gli assomigliava molto e aveva la faccia cerea di chi ha appena vomitato anche l’anima.

“Che vuol dire che non possiamo lasciare Sùhrendàrt?”, ripeteva lamentosamente la donna di fianco all’uomo. “Cosa faremo qui? Abbiamo perso tutto, ci devono aiutare!”

Gli occhi di Veron si accesero di furbizia, le labbra appena appena strette in un sorriso. Si avvicinò all’uomo rubizzo, che aveva un’indecente camicia a strisce, e assunse per lui un’aria arrabbiata ma comprensiva. “Eh, già. È così che fanno! Guardate”, disse, parando dinnanzi a loro l’uncino, “Hanno mollato qui anche me! E io ho combattuto contro i pirati del nord, io, capite?!”

L’uomo, dapprima intimorito dal suo uncino, si smollò appena Eric si avvicinò con delle birre che passò anche all’uomo, annuendo. Veron lo salutò, facendo mostra di considerarlo un vecchio amico. Cominciarono a discutere di come l’Impero abbandonava la gente, di come la sfruttava e poi la gettava via, quando erano stati battuti dalla sorte, riducendo gli uomini a bestie senza più dignità. Man mano, bevendo, si allontanarono un po’ dalla donna – che si rivelò essere una parente dell’uomo – e Veron introdusse il discorso proprio al momento giusto. Fuori, il vento si era un po’ calmato. Presto anche l’ultima nave avrebbe potuto cominciare le manovre per l’avvicinamento al porto. Occorreva sbrigarsi.

“Ah, certo che se io avessi avuto ancora la mia mano non me lo sarei lasciato scappare!”, proruppe Veron, con aria grave. L’uomo lo guardò con un pizzico di interesse, lievemente alticcio, ma perfettamente sveglio.

“La mia mano. Dico, che Eric qui, che è un buon amico, mi è venuto subito a dire di quel che un uomo intelligente poteva fare. Ma non c’è stato verso: io con questa mia schifosa berta di ferro non posso essere d’aiuto. E pagano bene! E cercano sempre gente, gente che non vuole mettersi tanto in mostra ma che vuol guadagnare in fretta, soldi sicuri, da tenere in un canto e smettere quando ne ha abbastanza. Non è neanche pericoloso, e poi tutti i coloni lo fanno. Com’è che tu sei ancora qui? Nessuno ti ha detto niente?”

L’uomo scosse il capo, interessato e insieme confuso.

“Ah, certo. Forse non volevano venire a parlare con te mentre stavi vicino alla donna. Queste non sono cose da donne, meno ne sanno meglio è! Il mio amico, qui, ha del lavoro da offrire. È una cosa per bene, rapida, ma che è meglio non sbandierare in giro perché se no tutti quanti ne vorrebbero una fetta. È vero Eric? Che ne dici di quest’uomo, mi sembra una persona perbene”.

L’uomo annuì, vigorosamente.

“Non so, Veron…”, osservò Eric scuotendo il capo, esageratamente perplesso. “Non è che vogliamo proprio gente che, insomma, si tira indietro quando c’è da fare un lavoro un po’, come dire?, che non si deve sapere, ecco! E poi, lui non mi sembra molto interessato a guadagnare dei bei soldi facili!”

“No, no! Sono interessato! E non è che sono così perbene! Cioè, voglio dire che sono uno affidabile, ma non mi tiro indietro se c’è qualcosa da guadagnarci. Che lavoro è? Non voglio star qui ad aspettare la carità di questa gente”.

Veron ed Eric si guardarono, recitando a suo vantaggio la parte di chi alla fine cedeva per generosità.

Eric tirò fuori una moneta, limata su una faccia. “Devi star qui cheto e pronto se t’interessa, il capoporto non ti chiama per farti salire sui carri. Non vorrai farti chiudere in un casermone cadente senza acqua né cibo ad aspettare di morirci, te lo dico io. Fagli vedere questa a chi ti viene a prendere. Loro ti faranno uscire e ti daranno un posto sicuro, dove potrai ricominciare e poi, se lo vorrai, portar fuori anche i tuoi parenti. Se poi non ti interessa, amico, questa tienila. Ma bada che non puoi spenderla facilmente perché è limata e il peso non ci sta più con il conio. Però, vedila come un aiuto da gente che ci tiene a te. Ti possono aiutare, e tu puoi aiutare loro”.

Gli mise in mano la moneta limata e gli diede una pacca rassicurante sulla spalla. Poi, insieme a Eric si allontanò, ridacchiando in silenzio.

Nido delle Medee, Racconto iniziale. 
Si veda il Supplemento per maggiori informazioni.