Sangue tra i Flutti: Senza Luce

Kassia si ficcò nel cubicolo non appena sentì le voci.

I capi del villaggio non si erano mai disturbati a controllare l’hak-shas di sua madre. Si spinse ancora più in avanti. Doveva stare attenta a non incrociare le gambe, le aveva detto sua madre, o il cunicolo, così stretto che non poteva quasi respirare, l’avrebbe inghiottita e intrappolata per sempre.

Quasi non poteva voltare il capo. Le voci dietro di lei erano più forti ma lì, dentro la fessura del muro, c’era spazio appena per una bambina di otto anni. Kassia non aveva paura del buio, lei vedeva al buio molto più di quanto vedesse con la luce del giorno: era per quello che sua madre l’aveva nascosta, perché non la buttassero giù dalla rupe per la sua menomazione.

Era una cosa disgustosa e indegna che lei fosse fatta a quel modo, le diceva sua madre. Sua madre non avrebbe mai ammesso di aver dato la vita ad un piccolo meno che perfetto. I suoi altri figli erano così belli, che lei non poteva ammettere di aver messo al mondo una cosa così disgustosa: era il suo fallimento. Ma come aveva allungato le mani al collo di Kassia appena nata, aveva visto quegli occhi bianchi – ciechi, pensava – e aveva capito che gli spiriti erano dentro sua figlia. Certo spiriti vendicativi ma potenti, che potevano manifestarsi al di fuori dei sogni. La tribù avrebbe preso la bambina e l’avrebbe gettata dalla rupe con un rito suo, per prendersi l’alleanza con quegli spiriti, e la madre di Kassia non poteva permetterlo. Kassia era sua. Il suo fallimento si era dimostrato un tesoro prezioso. Perciò aveva nascosto Kassia nel suo hak-shas, il segmento di cunicoli cerimoniali dove era vietato ad altri metter piede e Kassia era cresciuta per i suoi primi sei anni lì, al buio, al caldo.

Le voci si fecero più insistenti. Sentiva il loro odore, ma non quello della madre: dov’era la madre?

Poi sentì la sua voce. Più un grido, in verità, un gemito prolungato, e un grido tutto insieme. Poi un tonfo. Come un sacco pieno di ratti che viene buttato nel fuoco. L’odore acre e disgustoso della carne bruciata salì e salì, e penetrò l’hak-shas, nella forra spaccata dal tempo, nella crepa della roccia. Le voci degli uomini cominciarono a salmodiare.

“Kassia…”

Dopo qualche tempo – doveva essersi addormentata in piedi, stretta fra le pareti di roccia, la testa poggiata in avanti – Kassia si sentì chiamare. Aveva conosciuto solo sua madre in tutto quel tempo, e la voce sembrava la sua.

“Vieni fuori, Kassia. Vieni…”

Kassia uscì.

La donna era diversa da sua madre, ma in qualche modo simile: poteva essere sua sorella? La sorella non vedeva molto nel buio fitto dell’hak-shas nella pietra della montagna, ma Kassia sì. Per la prima volta, da quando era venuta al mondo, vedeva qualcosa di nuovo e l’odore di quella donna così simile a quello della madre, così simile al suo, le diceva che era al sicuro, che era a casa. Si avvicinò. D’un tratto qualcuno le gettò un sacco sulla testa e le diede un pugno così forte che l’oscurità esplose in una meravigliosa infinita cascata di luci.

……

Kassia era legata mani e piedi e qualcuno la teneva sollevata. Sentiva le mani di un uomo – dalla voce sembrava un uomo. C’erano molte persone intorno, ma lei non le vedeva, accecata dalla luce di un fuoco. Kassia sapeva cosa volevano farle. Sua madre non aveva mai mentito con lei. Sotto di lei sentiva il vuoto.

Le voci salmodiavano ancora un’invocazione a qualcuno degli antenati che sua madre disprezzava. Erano i più deboli fra gli spiriti che avrebbero potuto invocare, era il loro intervento che quegli sciocchi stavano cercando? Rise silenziosamente. Sua madre era molto più potente di loro. Cercò il suo odore, senza trovarlo. Il fumo acre poco lontano sul quale stavano arrostendo della carne copriva ogni cosa.

L’uomo la sollevò più in alto. Le voci tacquero. Kassia venne gettata in avanti e nel momento esatto in cui colpì il terreno li maledì tutti, urlando quanto più comprensibilmente poteva le invocazioni ai kami protettori di sua madre.

Era sdraiata a terra. Tentò di muoversi ma le sue gambe non le davano ascolto. Sentì le voci dall’alto.

– Sei sicuro che non sia morta? Non vedo da qui…
– Non siamo così in alto. Sono stato attento a gettarla bene. Li vedi? Sentono il suo calore…

Kassia aprì gli occhi. Quando cominciò a vedere, nel buio intorno a lei, cominciò anche a sentire il dolore.

Gemette disperatamente, tentando di non farsi sentire. Era stata buttata in un pozzo d’ossa. Un cunicolo dove si gettavano le offerte dei bambini deformi nati nella tribù.

Intorno a lei il pavimento dove si trovava sembrava muoversi. Non vedeva bene, aveva bisogno di tempo per abituare la vista. Coglieva solo qualche osso sbiancato e dei piccoli crani lucidi fra il nero lucente. Però sentiva tutto intorno un fruscio molliccio, come di interiora smosse, che sottolineava il silenzio delle voci degli uomini in alto sul bordo della fossa. 

 

Perchè l’avevano gettata così? Sua madre aveva detto che volevano fare qualcosa con lei, ma l’avevano solo gettata: cosa aspettavano?

Kassia allungò una mano. Toccò qualcosa di freddo e setoso, molle come una lingua, asciutto come una pelle preziosa di quelle delle quali sua madre amava rivestirsi.

Che succede? Non vedo: l’hanno morsa? È morta? Si contorce? Schiuma dalla bocca? Solo se schiuma loro possono entrare: non vedono l’ora di avere della carne. Dobbiamo aspettare che entrino, e poi deve morire da sola, se no non possiamo toglierle gli occhi e gli spiriti non ci obbediranno…

Quella era la voce della sorella. E venne zittita rabbiosamente. Ma Kassia aveva potuto capire cosa intendevano fare. Quegli sciocchi volevano usare, tramite un rituale ancestrale gli spiriti della fossa, piccoli spiriti senza forma per caricare i suoi occhi della preveggenza e usarli a loro piacimento contro le altre famiglie, rendendole loro sottomesse. Era come sua madre le aveva detto, ma lei e sua madre avevano avuto un rituale migliore e la preveggenza, inaffidabile e con visioni da interpretare, non era quello a cui sua madre l’aveva preparata. Kassia rise di nuovo, e questa volta fece in modo che la sentissero.

Gemette ancora, il dolore al braccio destro era troppo forte. La mano si era piegata al contrario, sentiva il sangue colare lungo il braccio. Non conosceva bene il resto del rito. Cosa avevano messo nella fossa con lei? C’erano le ossa, c’erano gli spiriti dei piccoli, e poi?

Kassia allungò di nuovo la mano sinistra, ma non riuscì a toccare nulla. Scrutò meglio nel buio. Morderla… Chi doveva morderla? Dei ratti? Kassia non aveva paura dei ratti, e nemmeno dei ragni o degli scarabei del fuoco…

Poi li vide: serpenti! La caverna brulicava di corpi contorti nel buio che si attorcigliavano e si aggrovigliavano tutto intorno a lei. Ma, invece di avvicinarsi e cercare il suo calore, come sapeva che avrebbero dovuto fare, si stavano allontanando. Questo non sarebbe piaciuto a quelli lassù. Kassia aveva il corpo impregnato di icore di amphisbena. Sua madre aveva trascorso giorni a passarle l’icore addosso, a farlo penetrare nella sua pelle pallidissima e arrossata, mentre le praticava i tatuaggi rituali che ne erano stati impressi e trasformati. L’icore le aveva già permesso di tenere lontani gli scorpioni che infestavano la caverna rituale di sua madre, e aveva fatto dei tentativi anche per materializzare qualcuno dei loro acuti e vibranti spiriti animali ma non c’era mai riuscita.

Kassia non aveva mai provato con i serpenti. Sua madre ne era terrorizzata. Diceva che mangiavano lo spirito dei morti e che quello spirito si dibatteva dentro di loro finchè non morivano e allora lo spirito si univa a loro per l’eternità finchè non veniva richiamato da uno stregone. Era stata prigioniera tutta la vita, non sarebbe stato un gran cambiamento. Tanto volevano che lei morisse, no? Lo facevano col veleno. Doveva convincerli ad avvicinarsi…

Allungò una mano. I serpenti si aggrovigliarono furiosamente, e si allontanarono come se lei fosse stata una goccia d’acqua nell’olio di taggit.

Tentò ancora, non voleva che quelli su si accorgessero dell’odore o sarebbero scesi e l’avrebbero fatto loro. Cominciò ad avere paura. Non le piaceva la gente, non era abituata a tutta quella furia.

I serpenti si allontanavano, quanto più velocemente permetteva lo spazio intorno a loro. Kassia tentò di richiamarli.

Svuotò la mente e pronunciò la litania che si accompagnava al rituale. Subito, il mormorio che aveva sentito fin dall’inizio si levò più violento. Come una brezza soffiò sul fondo del pozzo, fra i suoi capelli, sulle sue labbra, domandando una casa, cercando una protezione in cambio di assoluta dipendenza. Kassia seppe esattamente quel che doveva fare.

Chiamò il più piccolo fra i serpenti più piccoli, un serpentello sottile e sinuoso dalla coda spaccata, e gli ordinò di morderla. Scelse il più piccolo, per non spaventare quegli spiritelli incompleti che imploravano la sua protezione e offrivano la loro forza perchè lei desse loro una forma, e il serpentello si avventò sulla sua mano tesa senza esitazione.

Fu come se il soffitto della caverna esplodesse in una miriade di brulicanti schegge di dolore, che caddero su di lei togliendole il respiro e i pensieri.

– Che fa, che fa? L’hanno presa?

-Non lo so, maledizione! È coperta di serpenti. È tutta aggrovigliata!

– Qualcuno deve scendere a prenderla…

 Ma nessuno potè scendere. A quelle parole, la caverna esplose in una furia di schegge di roccia e grida. Di nessuno dei presenti si ebbe mai più notizia.

 

 

 

 

 

 

 

Sangue Tra i Flutti, Racconto Iniziale. 
Si veda il Supplemento per maggiori informazioni.

Sangue tra i Flutti